GIUSEPPE CARITA

Subtitle

STAFFARDA ABBEY

testi redatti per: Guida all’abbazia di Staffarla e al Parco Fluviale del Po, Torino 1999

CON CONTRIBUTI DI: 

Enrica Pagella, Mirella Macera, Laura Palmucci, Paolo Bovo, Guido Gentile, Bruno Ciliento

 

 

testo sull'architettura:

Heinz Schomann, Giuseppe Carità

 

 

Heinz Schomann, Giuseppe Carità

 

L’impianto urbanistico e le architetture

dell’abbazia

Il nucleo centrale dell’abbazia di Staffarda, situato in sponda sinistra del fiume Po, in un’area originariamente forestale e acquitrinosa (una lapide ricorda ancora nel 1734 opere di bonifica di una zona paludosa dei tenimenti dell’abbazia), si forma progressivamente rispondendo alle esigenze organizzative dei monaci: gli atti notarili, che registrano transazioni, acquisti e vendite di prodotti, donazioni, lasciti ereditari, sono un interessante indizio, come ha dimostrato il Savio, per scoprire tutta una serie di edifici che vengono appunto menzionati nei documenti e che delineano quello che diviene, poco a poco, il centro direzionale di una struttura sempre più vasta e diffusa – con il sistema delle grange - su un ampio territorio da Torino all’Appennino. L’abbazia quindi – intendendo come tale proprio il complesso urbanistico ed edilizio in cui si concentrano l’attività religiosa dei monaci e quella organizzativa delle attività economica e produttiva – giunge ad avere una forma molto complessa, tanto che, a tutt’oggi, essa presenta la caratteristica di conservare tracce significative dell’originale impianto fortificato che, ad un determinato stadio dello sviluppo dell’insediamento, proteggeva tutte le sue strutture.

Secondo gli storici medievalisti l’abbazia che sorge a Revello, presso Saluzzo, nella regione denominata Staffarda, generata da Tiglieto così come Lucedio, fu creata attorno al terzo decennio del XII secolo, ma le date di fondazione di queste istituzioni, documentate o ricostruite, non sono tuttavia un termine temporale certo cui poter assegnare pressoché alcuna delle strutture architettoniche medievali pervenute; teniamo conto del fatto che quando nei documenti – è il caso specifico di Chiaravalle milanese – si scrive che il cenobio è “constructum”, alla distanza di pochi mesi dalla sua istituzione, il termine richiederà evidentemente interpretazioni molto approfondite e complesse per comprenderne il significato. In effetti i tempi per la realizzazione dei grandiosi edifici abbaziali cistercensi che ritroviamo talvolta ancora esistenti e, più spesso, documentati in ancien régime, furono certamente molto lunghi per rispondere ad una complessa articolazione funzionale ai dettati delle costituzioni: questo lento processo realizzativo è anche testimoniato dalle forme e dalle caratteristiche strutturali degli edifici in tutto o in parte pervenuti.

La gran parte delle architetture cistercensi giunte sino a noi, quando non profondamente rimaneggiate nel corso del rinascimento o dell’epoca barocca, è difficilmente assegnabile a date alte del XII secolo. Indizi di date alte saranno allora le forme non ancora aggiornate secondo i nuovi modelli gotici francesi, di cui i cistercensi sono fattore significativo di diffusione, di parti delle strutture architettoniche superstiti. Analogamente, in assenza di più precisi documenti (peraltro molto limitati in riferimento agli aspetti costruttivi delle abbazie in esame, se non per vaghi riferimenti che possono solo essere assunti come indizio della loro esistenza a far tempo da una determinata data) l’apparato decorativo povero – nel senso di rigorosamente non figurativo – potrà essere assunto come componente per un accertamento di data più antica, più vicina alle rigorose costituzioni cistercensi delle origini. Per contro forme più sensibili, nella scultura e nella decorazione in genere, alle sollecitazioni naturalistiche potrebbero suggerire un minor rigore nell’interpretazione delle costituzioni, determinato da un atteggiamento pragmatico meno sensibile al rigore della riforma bernardina.

Le costituzioni originarie cistercensi dettavano in effetti alcune norme di carattere architettonico e artistico per la realizzazione del cenobio ideale dei benedettini riformati seguaci di san Bernardo. Non si intravedono però indicazioni specifiche tali da configurare un’articolazione planimetrica cui conformare la distribuzione degli edifici necessari per una comunità che di fatto ha una sua peculiare complessità. All’opposto, nell’articolazione di strutture e spazi architettonici ritroveremo ripresa, con varianti non così sostanziali, per la gran parte dei monasteri cistercensi una tipologia sostanzialmente rigida, funzionale a quei criteri generali di organizzazione del cenobio.

Sostanzialmente il capitolo generale dei riformatori della regola benedettina  prescrive nelle sue prime fasi costitutive  le seguenti norme:

1.      il monastero deve essere costruito, se si può, in modo da riunire entro il proprio recinto tutto quanto è necessario, al fine di evitare che i monaci debbano recarsi al di fuori del monastero stesso, e cioè deve essere dotato di:

§      acqua;

§      un mulino;

§      un giardino (forse un orto);

§      dei laboratori per i diversi mestieri.

2.      La chiesa deve essere costruita con grande semplicità:

§ sculture e pitture ne saranno escluse;

§ le vetrate saranno unicamente bianche, senza croce né ornamenti;

§ non dovrà essere eretto alcun campanile né in muratura né in legno di altezza immodesta, e pertanto in disaccordo con la semplicità dell’ordine.

3.      Tutti i monasteri cistercensi siano posti sotto l’invocazione della Vergine Maria.

4.      Sui terreni posseduti dall’abbazia si devono realizzare delle grange o fattorie: la cura di queste strutture deve essere affidata a monaci conversi che avranno la collaborazione di aiutanti agricoli.

5.      Gli animali domestici devono essere allevati in quanto utili.

6.      Le mandrie di grandi e medi animali (mucche, pecore, capre) non devono allontanarsi da ogni grangia  ad una distanza maggiore di una giornata; le grange devono essere costruite a non meno di due leghe di Borgogna l’una dall’altra.

            Altre norme riguardavano invece ciò che, a priori, un’abbazia doveva avere per essere istituita: l’oratorium (per le celebrazioni liturgiche e per la preghiera comunitaria), il refectorium (per consumare i pasti in comune), il dormitorium (per il riposo in comune), la cella hospitum (per dare ospitalità ai pellegrini) e la portaria (per il controllo della clausura).

            Una attenta analisi di questi elementi essenziali perché un cenobio cistercense possa esistere come tale ci fornisce una grandissima messe di dati, da un lato, sull’eredità benedettina (pensiamo alla foresteria per ricevere gli ospiti) e, dall’altro, sullo spirito comunitario che deve caratterizzare il cenobio (il refettorio, dove i monaci devono consumare in comunione i pasti e il dormitorio, in cui – ancora in completa comunione ed in assenza di qualsivoglia riservatezza -  i monaci riposano, di giorno e di notte). Infine la concezione del claustrum, lo spazio di “clausura” verso il mondo, come mi sembra richiamare l’esigenza della portaria, che presuppone il filtro tra il mondo ed il cenobio. E’ scontato il fatto che simili elementi essenziali, per quanto potesse l’abbazia che generava la filiazione provvedere, erano, all’origine di ogni nuovo insediamento, appunto “essenziali”, cioè di forma e costituzione semplici. Così come alcuni studi hanno ormai dimostrato, gli insediamenti originari di ogni abbazia (a cominciare da Citeaux) avevano strutture molto modeste costituite da poco più che baracche in legno, strutture che solo nel corso di molti decenni consolidarono la loro forma nelle architetture in mattone o pietra che ci sono note.

            L’abbazia di area piemontese che ha conservato in modo più integro il suo impianto complessivo nella sua impronta medievale è proprio Staffarda, dove possiamo riscontrare nel loro insieme quegli elementi che abbiamo delineato; questo fatto è da attribuire, presumibilmente, alla condizione giuridico-amministrativa progressivamente assunta dal luogo nelle vicende storiche piemontesi, in quanto, passata dalla gestione commendatizia successiva alla fase medievale vera e propria, all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (e quindi sotto diretta tutela della corte sabauda) a metà Settecento, ha sofferto meno l’avventura della soppressione durante l’occupazione francese; conseguentemente, il complesso immobiliare di Staffarda ha mai subito l’insulto di essere venduto o frazionato e quindi di passare in mano di privati che sentissero l’esigenza di individuare per le differenti fabbriche di cui si compone, un uso funzionale alternativo. Ha invece subìto i danni delle guerre, in particolare in occasione di quella battaglia, nel 1690 che proprio da Staffarda prende il nome, durante un conflitto sabaudo-francese. Per questo tutti gli edifici che ad ovest e a sud affiancano il chiostro risultano profondamente rimaneggiati nel XVIII secolo, attendibilmente per ricostruire strutture sostanzialmente danneggiate assieme al chiostro stesso.

L’articolazione del nucleo centrale dell’abbazia

       Malgrado i canoni delle costituzioni cistercensi siano molto generici, ed in particolare non diano alcuna prescrizione per così dire architettonica, l’organizzazione degli spazi di ogni insediamento cistercense conseguente a tali norme generali avrà un esito che appare profondamente omogeneo per la generalità delle abbazie. Infatti, per quanto attiene l’impianto complessivo del nucleo nodale dell’abbazia in rapporto al territorio di fatto direttamente controllato, nella maggior parte dei centri superstiti o emergenti dagli scavi archeologici (è il caso, per esempio, di Silvacane - Provenza) si ritrovano tutti i luoghi che scaturiscono dall’applicazione di quelle norme generali: il complesso monastico della clausura riservata ai monaci (comprendente pure un certo genere di strutture produttive), le strutture produttive, di magazzinaggio e di commercio pertinenti al nucleo centrale ed infine  il territorio controllato, organizzato in “grange”, cioè le strutture agricolo-zootecniche.       

       Osservando una planimetria dell’intero complesso del nucleo centrale di Staffarda, individuiamo le seguenti aree edificate, denominate in modo convenzionale partendo da nord-est :

A.     L’insediamento agricolo-zootecnico: edifici che formano quasi una mezzaluna su tutto il perimetro ovest;

B.     La chiesa e gli edifici della clausura;

C.     La piazza della chiesa: edifici, interni alla mezzaluna, situati ad est del canale interno;

D.    La piazza del mercato: edifici a sud della “loggia del mercato”.

       Si tratta di un’enorme superficie edificata che originariamente doveva avere una sua propria articolazione funzionale: procederemo ad esaminare l’insieme sulla base dell’articolazione delle quattro zone premettendo l’utile considerazione che la dinamica di trasformazione del complesso rende complicata l’interpretazione degli spazi e degli edifici che li fronteggiano. Per fare un esempio, la presenza di un muretto di recinzione di fronte alla chiesa (manufatto moderno che chiude i cortili delle attuali cascine), non contribuisce ad un’esatta percezione degli spazi abbaziali raggruppati sotto B, i quali, attendibilmente erano legati, funzionalmente, agli edifici posti ad occidente, raggruppati sotto C e che, come avremo modo di vedere, comprendono manufatti edilizi di buon livello qualitativo.

 

 

 

Spunti di osservazione per una visita

A.     L’insediamento agricolo-zootecnico: edifici che formano quasi una mezzaluna su tutto il perimetro ovest;

       Immaginiamo il viaggiatore del XIII secolo che giunge in visita all’abbazia: le strade lo portano di fronte ad una grande porta affiancata da una porticina inserite in una possente struttura in pietra verde, la torre di una cinta fortificata: si  osserva subito allora come, pur non essendo comune alla generalità delle abbazie piemontesi l’impianto fortificato al perimetro del nucleo abbaziale centrale (in effetti nessuna delle abbazie presenta una struttura fortificata) Staffarda ha elementi riconducibili chiaramente ad un impianto fortificato, quali appunto l’edificio configurabile come torre di una cortina e, in particolare, la porta e la pusterla inseriti nei corpi più settentrionali dell’attuale insediamento agricolo. Nelle descrizioni settecentesche oltre a questa porta, compariva anche, nella cortina ovest, una “porta di Revello” di cui si fornivano elementi sostanzialmente analoghi alla porta nord. Superata la porta il viaggiatore si trovava forse su una grande piazza di forma trapezoidale, con, di fronte, in fondo a sud, il massiccio edificio porticato comunemente noto come “loggia del grano” o “del mercato”, a destra un edificio prestigioso con portali in pietra ed aperture ad ogiva (talvolta denominato “casa del vescovo” nei secoli seguenti, e che esamineremo sotto C) e, a sinistra, la grande chiesa con il nucleo monastico la cui clausura era accessibile nell’angolo sud-est (che esamineremo sotto B).

       Il perimetro fortificato medievale congruente con la porta settentrionale duecentesca in cui si doveva situare uno degli ingressi principali, non è ad oggi identificabile, così come non è chiaramente possibile individuare in modo circoscritto l’area della clausura, poiché da un lato non riusciamo più ad identificare tutti gli edifici di cui ci parlano i documenti e, d’altro canto, non è possibile assegnare a tutti gli edifici oggi conservati, una funzione riconducibile esattamente alle notazioni dei documenti medievali. Alcuni di quegli edifici sono probabilmente scomparsi ed altri hanno subìto modificazioni nel corso dei secoli. Dobbiamo infatti considerare come noi oggi possiamo osservare, negli edifici superstiti, forme riconducibili pressoché a tutti i secoli passati dalla fondazione: ogni epoca, modificate le modalità di fruizione in rapporto al cambiamento degli usi che progressivamente si allontanano dalle norme originarie, introdusse delle modificazioni agli edifici esistenti, lasciando tracce significative delle innovazioni.

       Assunto che non possiamo ricostruire il perimetro della fortificazione medievale, che d’altra parte ha certamente subìto danni nel corso dei secoli ma in particolare al tempo della “battaglia di Staffarda”, la presenza di una serie cospicua di edifici con tracce significative delle fasi medievali ci offre la certezza che il nucleo centrale dell’abbazia sorgeva sul sito che oggi è tangente alle strade per Saluzzo-Cavour e per Revello, ma ricordiamo che in antico l’abbazia doveva trovarsi ad un trivio, con la strada che la tangeva da ovest (Revello) verso est (per Cardé) e verso nord per Cavour. La permanenza, nella cartografia del Settecento, di due “porte” sul filo esterno oggi individuato dai corpi rustici può anche suggerire che una parte dei fronti fortificati si ergesse proprio in corrispondenza di quanto oggi costituisce il muro più esterno delle stalle e delle tettoie. Questa considerazione vale per il fronte nord-occidentale, mentre per il fronte sud-orientale il discorso si complica, in presenza di modesti muretti di recinzione moderni che non consentono di formulare alcuna ipotesi sulla presenza di un fronte fortificato.

       L’insieme degli edifici rurali che compongono il complesso agricolo (e che ha anche un nucleo a nord della porta conservata, esterno al perimetro della mezzaluna) appare di epoca non alta, anzi, molti fra essi sono certamente successivi al Settecento, in quanto non comparivano nelle planimetrie antiche oppure denunciano chiaramente, nella forma strutturale delle volte delle stalle, interventi della metà dell’Ottocento: tuttavia il perimetro antico di questi cascinali era in gran parte quello che vediamo oggi sul fronte occidentale e possiamo ragionevolmente supporre che questa partizione determinata dal canale del mulino, con ad est le strutture monastiche e artigianali, ad ovest quelle agricolo-zootecniche, abbia origini antiche peraltro accostabili, nell’impianto, a molte grandi abbazie, tra cui proprio Citeaux.

       Oggi all'interno del complesso degli edifici rurali della grande mezzaluna si trova un mulino, alimentato dalle acque del canale interno e con tutte le sue strutture tecniche, ruote e macchinari di epoca moderna: non è detto che il mulino medievale si trovasse in questo luogo, ma questa è una significativa testimonianza di quella continuità di funzioni che caratterizza l'abbazia dall'impianto. A ovest del canale si trovano inoltre molti altri edifici rurali: la maggior parte di tutti i rustici di Staffarda ha una esposizione che appare discostarsi sostanzialmente dal tradizionale sistema degli edifici agricoli che hanno una struttura a corte con i corpi principali esposti a mezzogiorno; lo stato che qui riscontriamo deve essere stato fortemente condizionato dall’impianto fortificato che ha generato una articolazione planimetrica meno rigida e razionale di quanto avviene di norma negli insediamenti agricoli e nelle stesse grange cistercensi.

 

B.     La chiesa e gli edifici della clausura;

       La chiesa, orientata, luogo primario  del cenobio cistercense è, a Staffarda, uno dei capitoli più interessanti per comprendere la dinamica dell’insediamento monastico. Infatti è possibile leggere nell’edificio e nei suoi spazi una forma che rappresenta in modo esemplare  le vicende culturali ed artistiche di quest’area del Piemonte. La concezione degli spazi religiosi e delle forme che contraddistinguono le strutture della chiesa appare sostanzialmente legata alla tradizione romanico-lombarda e questo è attendibilmente un indice significativo del processo insediativo dei cistercensi nel Saluzzese. La “basilica” (per richiamare un termine che ricorre nei documenti della seconda metà del XII secolo), dedicata alla Vergine, è a tre navate precedute da un nartece e terminanti in tre absidi a pianta semicircolare. L’edificio appare caratterizzato da un lungo processo realizzativo esplicitato in particolare da una serie di fattori che analizziamo sommariamente. Infatti noi ora possiamo vedere:

§         La dimensione dei pilastri quadrilobati: i primi tre supporti a sinistra nella navata centrale hanno una sezione maggiore rispetto a tutti gli altri della chiesa, mentre il quarto è il più piccolo fra tutti; queste dimensioni specifiche sono documentate per la prima volta in un disegno della prima metà dell’Ottocento, che è anche il primo rilievo preciso in cui non si riscontrano rilevanti errori di rappresentazione dell’intero complesso abbaziale.

§         Le forme dei capitelli: i supporti occidentali a sinistra della navata centrale hanno capitelli cubici (doppi sui pilastri maggiori, con una forma che è richiamata in un capitello in pietra esistente sulla parete nord nella cosiddetta “foresteria”) in mattone intonacato; procedendo verso il presbiterio e per tutti i supporti a destra nella navata centrale i capitelli sono in pietra scolpita.

§         Alla sommità delle pareti delle navate, all’imposta delle volte, troviamo archi formeret, archi cioè aggettanti lievemente dal filo della parete stessa, con agganci quanto meno complessi all’attaco dei supporti: come se qualcosa risulti aggiunto, non congruente con l’elevato dei supporti medesimi.

§         Le absidi hanno volte a semicatino con arco trionfale a tutto sesto.

§         Il vano antistante l’absidiola sud è sovrastato da un campanile.

§         Le volte sulle navate sono a crociera e quasi tutte con costoloni a fascia e torici; gli archi trasversi e delle campate longitudinali, a doppia ghiera, hanno sezioni non regolari, ma sostanzialmente non ogivali e la forma complessiva delle volte non appare ogivale.

§         Nella parete della navata nord ci sono degli sfondati entro cornici modanate: corrispondono ai vani di antiche cappelle di cui non è esattamente ricostruibile l’epoca di costruzione ma che presentano una forma, alle base delle cornici, richiamanti forme alte di decorazione e che si rifanno ai modelli del gotico flamboyant trionfante, in area saluzzese sino agli inizi del XVI secolo (si veda la cappella funeraria dei marchesi in San Giovanni a Saluzzo).

       Dall’osservazione di tutti questi fattori emerge quindi, una progressione, nel corso della costruzione, nell’applicazione di differenti tecniche costruttive innovate, oltre all’aggiornamento delle forme   decorative che ritroviamo nei capitelli litici.

       I monaci, forse giunti da Tiglieto, si installarono in strutture di cui non è rimasta traccia visibile (forse semplici strutture lignee: ricordiamo il “monasterium vetus” di Clairvaux documentato da Dom Milley nel 1708) ma partirono certamente dall’ oratorium ad edificare le strutture stabili del nuovo cenobio, impiegando dei mattoni e pochi elementi in pietra. La precocità dell’avvio della chiesa è anche desumibile dal fatto che nella soluzione planimetrica non si applicò il cosiddetto “piano bernardino”, la cui normazione giunse forse più tardi, e che ritroveremo a Casanova (Carmagnola) e Rivalta Scrivia (AL), con absidi quadrate, coppia di cappelle affiancanti l’abside, scala al dormitorio dal transetto.

       Qui a Staffarda invece si operò seguendo una prassi consolidata, fondata sul modello dell’architettura romanica lombarda che può trovare riferimenti cospicui in particolare con due chiese pavesi: Santa Maria in Betlemme e San Teodoro. Le forme della chiesa hanno anche innumerevoli testimonianze analoghe in area, ma qui la complessità specifica determinata anche dei lunghi tempi di realizzazione, è data da una miriade di aspetti, tra cui si richiamano le sovrapposizioni di strutture di due archi (sul lato nord in zona presbiteriale: a tutto sesto quello superiore) o, ancora, la presenza del campanile cuspidato. Quest’ultimo è frutto di uno dei rimaneggiamenti del progetto originario. Infatti, al di sopra della volta costolonata del capocroce – più elevate di tutte le altre - noi possiamo tuttora vedere una struttura troncata, a pianta quadrata, alta circa mezzo metro  dall’estradosso: è l’avvio del campaniletto di forma canonica cistercense (quale si trova a Rivalta Scrivia), che non fu portato a compimento; intanto nel Trecento si innalzò l’attuale campanile coronato dalla cuspide piramidale ottagonale e con bifore alla cella campanaria.

       L’abside maggiore presenta alla sommità della parete esterna tripartita da lesene un coronamento originario di pilastrini su mensole litiche, di cui se ne conserva una parte, a reggere una cornice ad archetti a doppia ghiera in mattoni. Le convessità delle tre absidi si ritagliano entro il volume compatto a capanna (che include, a nord, il volume della scala a chiocciola che conduce al sottotetto) coronato da cornice ad archetti.

       Elemento specifico di questa chiesa è quello che possiamo chiamare  transetto: in effetti questo spazio (con volta a botte ogivale) varia solo per l’altezza del volume corrispondente alla navate laterali, mentre restano costanti le altre dimensioni, in larghezza e profondità, rispetto alle prime tre campate. Nello spazio di questo transetto  si prolungava il coro dei monaci ed anche questo fatto può testimoniare la lunga fase realizzativa della chiesa monastica dove si trovano compresenti concezioni funzionali e spaziali-architettoniche non molto congruenti; e così è per il nartece trecentesco giustapposto ad una facciata che quasi certamente in origine non lo prevedeva.

       Per quanto riguarda l’abside semicircolare che qui riscontriamo dobbiamo osservare che è una forma che appare spesso impiegata nelle chiese cistercensi (Sénanque è un bell’esempio, ed anche a Lucedio era così), ma ciò che qui non compare è il sistema delle cappelle orientate affiancanti l’abside, cappelle che erano gli unici spazi in cui i monaci (non tutti, ma solo quelli delegati giornalmente) celebravano la messa al mattino.

            Passando ad osservare l’articolazione dell’impianto più squisitamente monastico attorno al chiostro, esso appare, per Staffarda come per tutte le abbazie piemontesi dell’ordine, derivato dal modello originario esemplificato su Citeaux e, quindi, da Clairvaux (quali sono noti dai disegni di rilievo settecenteschi nei casi delle distruzioni avvenute nel tempo). Questo nucleo centrale ha quale cellula nodale il chiostro, un’area quadrangolare, affiancata per un lato alla chiesa, libera e con un porticato al perimetro, che mette tra loro in comunicazione tutti gli ambienti del cenobio utilizzati dai monaci e dai conversi: ha la forma del peristilio delle antiche case romane e, come quello, era sistemato a giardino.

          Quanto oggi leggibile del chiostro sia riconducibile all’impianto medievale più alto è, nelle condizioni attuali della ricerca, che mai si è avvalsa di un’indagine archeologica, molto incerto. Le fonti più antiche cui attingiamo per ricostruire un’immagine  dell'abbazia sono in effetti, da un lato, i cabrei settecenteschi e, d’altro lato, le forme architettoniche superstiti. Ben più ricca è la fonte   documentaria, edita a partire dalla fine del XIX secolo e già perlustrata dal Savio proprio per ricostruire l’entità edilizia del complesso in epoca medievale. I cenobi cistercensi del Piemonte – e compreso Tiglieto - hanno il chiostro edificato a sud della chiesa (fatta eccezione per Lucedio, dove il chiostro è a nord).

          Questo chiostro, in parte distrutto, dopo aver subito trasformazioni consistenti in epoca rinascimentale, presenta alcune campate di archetti ad ogiva retti da colonnine binate con capitelli marmorei: sono quanto resta delle strutture assegnabili alla seconda metà del XIII secolo.

          Il chiostro è quindi attorniato dal corpo della chiesa a nord e da tre bracci, di cui due (ad est e a sud) conservano ambienti o strutture sufficientemente riconoscibili nel loro impianto medievale; il terzo, ad ovest, profondamente ricostruito nel Settecento nel tratto meridionale (le ricostruzioni comportarono, tra l’altro, la realizzazione di uno scalone monumentale), doveva ospitare l’originario sistema di accesso alla clausura, sistema non altrimenti riconoscibile e di cui si è talvolta cercato di identificare, nella traccia di apertura centinata visibile all’angolo sud-ovest, l’entrata al chiostro riservata ai monaci. Va osservato che proprio nelle murature poste a quest’angolo si stratificano testimonianze di diverse epoche di costruzione. In alto, nel muro occidentale del corpo ristrutturato in epoca moderna (e che già originariamente doveva innalzarsi su due piani) compare l’ultima testimonianza mantenuta di una delle bifore più antiche del complesso, mentre il muro meridionale conserva un coronamento ad archetti pensili assegnabile – fatte salve le integrazioni di restauro - alla stessa epoca delle cornici della facciata absidale. Questa cornice di fattura ancora romanica va a collegarsi ad una più complessa cornice ad archetti di forme gotiche la quale doveva correre alla sommità del corpo che ospitava il refettorio, corpo che in origine doveva avere solo un piano, ma più alto di quanto vediamo oggi e con un sistema di volte rette da colonnine su peducci di cui restano cospicue tracce. La parete verso il chiostro del corpo meridionale è un palinsesto delle vicissitudini costruttive del refettorio: si osservano le tracce dei contrafforti tagliati (contrafforti che sulla parete sud sono intatti), parte delle cornici ad archi intersecati, la traccia a tutto sesto dell’ammorsamento di volte rinascimentali che a un dato momento dovevano coprire il chiostro; infine, la soprelevazione settecentesca, cancellata la volta sul refettorio; infatti all’interno vediamo come il locale medievale sia stato progressivamente ridotto, in altezza e lunghezza: ad ovest da una muratura che taglia il vano, una pilastratura centrale e volte a crociera moderne; sul lato meridionale, quasi intatto, il pulpito per la lettura nel corso del pasto, con la sua adiacente scaletta di accesso. Le finestre del refettorio presentano una forma centinata a tutto sesto, con decorazione a denti di lupo, che potrebbe farci sospettare una fase maggiormente legata alle forme romaniche, precedente la realizzazione delle volte di quattro campate costolonate ipotizzabili in base ai supporti residui per coprire il vano, di cui si è tentata una ricostruzione congetturale. Sulla parete orientale del refettorio restano tracce cospicue di un affresco cinquecentesco raffigurante L'Ultima Cena. Ad ovest del refettorio le trasformazioni settecentesche hanno cancellato ogni traccia  di quella che doveva essere la cucina dei monaci.

          Il vano (completamente manomesso ed ampliato in epoca moderna) che chiude il corpo meridionale orientale contro quello est poteva ospitare lo scaldatorio, unico tra gli ambienti monastici in cui era previsto un camino perché i monaci potessero riscaldarsi.

          Una parte della manica ovest presenta, come abbiamo già considerato, elementi frammentari dell'antico impianto, ma c'è (a nord dell'ingresso carraio al chiostro, realizzato nel Settecento), tutta una parte superstite di un corpo con una solida volta a botte a tutto sesto e originarie finestrature a tutto sesto sulla testata che affianca il sagrato della chiesa. Poteva essere uno dei magazzini prossimi agli spazi monastici, al di sopra del quale attendibilmente trovava posto il dormitorio dei conversi: ma le strutture odierne risultano complessivamente moderne, da ricondurre quindi alle trasformazioni che tutto questo insieme ha subìto, se ancora nell'Ottocento la cartografia antica ci restituisce sulla facciata occidentale un porticato ed una loggia che scomparvero forse all'epoca dei restauri ricostruttivi moderni. Tra questo edificio ed il chiostro c'è uno spazio (come un vicolo, così come nella generalità delle abbazie cistercensi),  che consentiva di collegare il dormitorio dei conversi alla porta di accesso alla navata sud della chiesa.

          L’articolazione del corpo di fabbrica orientale, in buona parte di tre piani f.t., rispetta interamente lo schema cistercense: al piano terreno troviamo dislocata, accanto all’abside sud la sagrestia (affiancata, verso la parete sul chiostro, dalla scala notturna dal dormitorio alla chiesa), quindi la sala capitolare, seguita dal vano della scala diurna che metteva in comunicazione dormitorio e chiostro. Questa scala, già interrotta attendibilmente nel XV secolo, affiancava un androne che dava accesso ad una corte orientale oggi difficilmente ricostruibile nella sua funzione. Segue, verso sud, la grande sala comune di lavoro a due navate su cinque campate irregolari di volte a costoloni, uno degli ambienti meglio conservati.

          L’interesse della sagrestia, il cui livello di pavimento è allineato a quello dei corpi del monastero e quindi più alto rispetto alla chiesa, è da un lato costituito dalla regolare forma delle due grandi campate di volta costolonata a fascia, ma principalmente dalla permanenza di una colonna con capitello marmoreo, segno di una struttura interrotta, nell’angolo verso la scala notturna, testimonianza attendibile di un’edificazione precedente al corpo di fabbrica duecentesco conservato, traccia di una sagrestia antica maggiormente conforme al modello della chiesa.

          L’ambiente più classico e, malgrado i problemi statici, più chiaramente conservato è la Sala Capitolare, dove si riunivano i monaci per le decisioni riguardanti il cenobio: nove volte a costoloni poggiano su quattro colonne marmoree al centro e otto mensole marmoree sui quattro lati; due grandi bifore molto rimaneggiate nel corso dei restauri davano luce dalla parete occidentale. Alle pareti si trovano ancora, sotto differenti strati di intonaco, tracce di una antica decorazione a finto bugnato dipinto.

          Al primo piano, destinato a dormitorio comune, sono ancora visibili (sui prospetti esterni della facciata) le finestre centinate che illuminavano il grande ambiente unitario dell'impianto medievale, scomparso da secoli ed in luogo del quale oggi troviamo le celle servite da un grande corridoio con bella volta unghiata (strutture apparentemente non più antiche del XV secolo);  attraverso le scale prima accennate i monaci scendevano verso la chiesa per le preghiere del mattino o verso il chiostro dopo il riposo pomeridiano: è questa la scala mediana troncata all’epoca della creazione delle celle.

            Il lavabo e le latrine sono due altri aspetti che trovano difficili riscontri nelle nostre abbazie: per la prima struttura, che era molto importante oltre che per gli aspetti igienici anche per quelli simbolici, solo per Staffarda abbiamo qualche vago dato. Infatti nel giardino del chiostro, di fronte alle porte del refettorio, e quindi in posizione canonica, è emersa, nel corso dei lavori del 1920, la struttura di fondazione del padiglione che copriva il lavabo. Abbiamo quindi modo di ricostruire l'immagine dell’edificio, a pianta poligonale, che presentava contrafforti agli spigoli del poligono, sui lati del quale dovevano trovare posto delle aperture, sul modello quindi, abbastanza uniforme, di quanto conservato in alcune abbazie borgognone e tedesche. Per le latrine non emergono elementi fondati, anche assumendo quale indizio i corsi d’acqua che dovevano garantire lo spurgo delle medesime. Questo fatto potrebbe anche essere un indizio significativo dell’epoca tarda in cui i complessi monastici piemontesi furono ristrutturati, già assumendo modelli funzionali non più fermamente ancorati alla norma originaria.

          A sud del refettorio si trova una corte chiusa ad oriente dalla sala di lavoro dei monaci (ai cui piani superiori la presenza di finestre di taglio rettangolare con belle cornici in cotto ci suggerisce trasformazioni avvenute in epoca commendatizia), ad occidente dal prolungamento del corpo ristrutturato a partire dal Settecento, a meridione da un altro edificio con strutture molto antiche, tra cui, di rilievo, una grande volta a botte su un ambiente al piano terreno.

 

 

 

C.     La piazza della chiesa: edifici, interni alla mezzaluna, situati ad est del canale interno;

            Per cercare di ricostruirci mentalmente la consistenza dello spazio antico interno al perimetro fortificato abbiamo ipotizzato questa grande piazza di fronte alla chiesa, piazza sulla quale noi oggi possiamo solamente rilevare la presenza, oltre alla chiesa ed all’accesso alla clausura, della struttura interna della porta (già considerata al punto A.), della loggia del mercato e di un edificio parallelo al canale, di due/tre piani f.t.; a questo edificio ora è collegata una bella stalla ottocentesca a tre navate coperte da volte a vela in laterizio poggianti su pilastri ottagonali. Certamente su questa piazza potevano affacciarsi alcune delle strutture che i documenti antichi menzionano e tuttavia dovevano esistere le strutture che chiudevano a nord-est l’area in cui forse dal medioevo sussisteva il cimitero abbaziale, in prossimità di quelle cappelle settentrionali innalzate in epoca moderna e demolite nel 1920. Il palazzo prospettante la chiesa dimostra, nelle sue strutture architettoniche superstiti di alta qualità, con aperture in bell’apparecchio litico e con centine ad ogiva, ma anche per le riprese decorative più tarde, di aver svolto un ruolo di prestigio all’interno del complesso.

            La presenza di strutture del genere in questo spazio dell'abbazia che, anche se noi oggi non lo percepiamo più chiaramente, si trova di fronte alla chiesa ed a destra della grande porta nord ci stimola a ricercare in maniera più problematica l’originario aggregato monastico vero e proprio ed il perimetro che includeva gli edifici che lo affiancavano: per i rapporti "con il mondo”, per l'ospitalità, sulla base delle norme monastiche dove era prescritta e che, per un'abbazia come Staffarda, doveva anche essere prevista a differenti livelli sociali; sono però quesiti ai quali per ora non ci sono risposte certe. Infine, all’appello delle strutture che potevano sussistere, per una grande abbazia come Staffarda, nei pressi della porta principale di accesso, manca l’identificazione di una cappella per i viaggiatori.

A sud, la piazza era parzialmente chiusa dalla “loggia del mercato”, un edificio di due piani f.t., forse oggi non conservato integralmente, con campate di portico al livello della piazza e un granaio al piano primo. Le forme delle strutture del portico sono congruenti con quelle impiegate per la fase di assestamento dell’abbazia attorno alla metà del XIII secolo.

D.    La piazza del mercato: edifici a sud della “loggia del mercato”.

       Il grande spazio a sud della loggia del mercato è delimitato ad ovest dal canale del mulino, ad est da edifici già esaminati per il corpo della clausura e, più sotto da un corpo ad L; vi si affianca un ingresso con due bei pilastri di foggia settecentesca. Al centro di questa piazza si conserva un cippo in pietra di Luserna, con una croce scolpita tradizionalmente indicata appunto come “croce del mercato”.

  Il corpo con pianta ad L è in effetti composto da edifici di epoche differenti con un’ala est che è pertinente alle strutture agricole di questa zona dell’abbazia ed un’ala meridionale che presenta elementi di qualità architettonica particolarmente significativa: tradizionalmente questo edificio è denominato “la foresteria”: è di due piani f.t., con uno spazio al piano terreno (il livello del pavimento originario è ora parzialmente interrato) caratterizzato da due navate di cinque campate con volte a costoloni rette da pilastri cilindrici, ed un primo piano a semplici capriate. In effetti la destinazione funzionale dell’edificio non è certa e ricordiamo che in diverse abbazie una struttura di questo genere ed in questa posizione è destinata a impianti produttivi (a Fontenay in posizione analoga si trova la forgia, a ………. si trova il granaio…).

L’incertezza sulle funzioni di alcune delle grandi strutture pervenute va peraltro vista anche in funzione di altri fattori che di norma caratterizzano l’insediamento cistercense: qui all’appello della localizzazione delle funzioni connaturate ad un’abbazia manca anche una struttura destinata al noviziato, che pure doveva essere distinta dalla zona strettamente monastica cui il novizio aspirava ma che – per quanto, forse, teoricamente considerato quanto emerge adlle indagini degli storici – doveva guadagnarsi in un’attesa pur difficile, ma esterna al claustrum. Così come, per quanto attiene alla natura delle strutture produttive presenti nall’abbazia, sappiamo, ma in modo molto generico, che nel nucleo centrale di Staffarda dovevano essere attestati edifici per la lavorazione di tessuti. Analogamente sappiamo dai documenti che questa abbazia aveva  un’infermeria per i monaci ed una per i laici, ma non ci sono elementi sufficienti per tentare alcuna localizzazione sostenibile: e altrettanto vale per gli altri cenobi.

 

Per Staffarda possiamo solamente avanzare qualche ipotesi per quanto concerne il noviziato  che poteva razionalmente trovare posto nell’edificio che si aggancia alla sala di lavoro dei monaci, nel cortile meridionale; mentre per una delle infermerie, congruentemente con il sistema della clausura, si era già ipotizzata una localizzazione nel corpo che si prolunga ad est dalla sala di lavoro: sono indizi ed ipotesi per il lavoro futuro di ricerca.

Certamente infine una così grande struttura doveva essere dotata di una congrua scuderia a servizio di monaci e conversi impegnati a gestire e controllare un’impresa economica di notevoli dimensioni ed a partecipare della vita religiosa di un sistema di dimensione europea: funzioni cessate, a far tempo dalla trasformazione in commenda e quindi dalla perdita di quello spirito innovativo che aveva caratterizzato i primi secoli della riforma bernardina; testimonianze quindi perdute e che forse è solamente possibile riesumare mediante la ricerca archeologica.

 

Bibliografia essenziale:

N. GABRIELLI, L'arte nell'antico marchesato di Saluzzo, Torino 1972, p. 128).

G. CARITA,  Architetture nel Piemonte del Duecento, in G. ROMANO (a cura di), Gotico in Piemonte, Torino 1992.

G. CARITA, Itinerario architettonico, in G. Romano (a cura di), Piemonte romanico, Torino 1994

Guida all’abbazia di Staffarla e al Parco Fluviale del Po, Torino 1999

G. CARITA, Staffarda e le abbazie cistercensi delle diocesi piemontesi: modelli a confronto, in R. Comba e G.C. Merlo (a cura di), L’Abbazia di Staffarda e l’irradiazione cistercense nel Piemonte meridionale, Atti del Convengo 1998, Cuneo 1999, pp. 209-223.