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Federico pigiò il pulsante del telecomando e spense il televisore, ormai saturo di immagini.
Restò per qualche istante semi-sdraiato sul divano, le lunghe gambe magre stese davanti a lui, i piedi scalzi posati sul pavimento, senza decidersi ad andare a letto. Erano già le due del mattino...
Dopo aver lasciato l’appartamento di Claudio e Laura, lui e Carla, con Raul stralunato sul sedile posteriore della sua Corsa blu, erano tornati all’appartamento di lei.
L’aveva aiutata a scaricare l’argentino, sostenendolo su per le scale, finché questi era crollato sul divano di Carla e aveva immediatamente ripreso a russare.
- Allora io vado... – aveva fatto per allontanarsi lui.
- Sicuro che non vuoi restare per un caffè? – gli aveva chiesto lei, fissandolo con quei suoi occhi seducenti.
- Sicuro – aveva ribattuto lui, svelto – Buonanotte.
- Buonanotte, tesoro, e grazie – si era rassegnata lei, baciandolo sulla bocca; Carla baciava tutti sulla bocca.
Così era risalito in auto ed era tornato a casa.
Miseria!
Una donna come Carla gli si offriva su un piatto d’argento e lui se la squagliava a quel modo!
Chiunque altro al suo posto non si sarebbe fatto ripetere l’invito due volte, ma al “suo posto” c’era lui e davvero non sarebbe riuscito a trascorrere la notte con qualcuna solo per noia e per paura della solitudine... Specialmente se quel “qualcuna” era Carla. La conosceva da troppo tempo e, malgrado i mille difetti che lei aveva, le era affezionato.
Si arriva ad un punto in cui si è andati troppo oltre per fare l’amore, aveva riflettuto...
E adesso se ne stava lì da due ore a far finta di guardare la TV, la testa piena di pensieri agitati e confusi.
Era sopravvissuto ad un’altra serata in presenza di Laura senza dare a vedere quanto ancora ci soffrisse, facendo il buffone, come al solito.
Del resto quello era sempre stato il suo ruolo nel gruppo. Era lui che sdrammatizzava le situazioni con una battuta, quello che si faceva una risata su tutto, anche quando non aveva affatto voglia di ridere...
Che razza di fesso! Si faceva una rabbia maledetta da solo. Come si poteva essere così patetici a trentatre anni?
Ma non poteva farci niente.
L’aveva amata dal primo momento che l’aveva vista, un pomeriggio di dieci anni prima, al bar della Statale, dove era andato per incontrare Eugenio...
***
Aveva appena finito un esamaccio riuscendo a strappare un inaspettato ‘ventiquattro’, quando aveva puntato alla sopravvivenza del ‘diciotto’, e si sentiva davvero di buon umore, mentre si incamminava fischiettando verso il bar, in quella limpida e fredda giornata di metà febbraio.
Il bar dell’Università scoppiava, a dir poco, di studenti e Federico si augurò che Eugenio fosse già arrivato e gli avesse riservato un tavolo. Provò a cercarlo al di sopra delle teste e del frastuono di voci che si confondevano nella vasta stanza, mentre ordinava un caffè, finché riconobbe l’amico che gli si faceva incontro.
Era difficile non notarlo, rifletté, con quell’aria sorniona, gli occhi grigi che lanciavano occhiate ironiche tutt’intorno, mentre camminava col suo fare molleggiato, e quegli incredibili jeans stinti e troppo larghi, che parevano usciti da un tritacarne, tanti strappi e lacerazioni avevano. Anche conciato così, con i capelli chiari che gli scendevano sulle orecchie e nel colletto, era sufficientemente alto e attraente da destare l’attenzione della maggior parte delle ragazze presenti nella sala.
Anche Federico era alto, anche più dell’altro, ma era incredibilmente magro e il suo viso affilato, con quel piccolo spazio che gli si apriva tra i denti, era piacente, sì, ma non certo bello.
Si faceva notare solo per i suoi quasi centonovanta centimetri, che lo facevano svettare sopra il resto della popolazione universitaria, e per i suoi occhi così insolitamente azzurri e vispi.
- Fede! – lo chiamò Eugenio, e lui gli fece un cenno come per dire “Pago e arrivo”.
L’altro però gli si era già avvicinato.
- Beh? – chiese.
- Ventiquattro – rispose Federico, indovinando il quesito dell’amico.
- Benone... – continuò Eugenio, distrattamente – Indovina un po’... – proseguì su tutt’altro tono - ...ho rimorchiato due ragazze. Una è uno schianto, una “compagna”. Si aggrega a noi per la marcia contro l’intervento dell’Italia alla Guerra del Golfo...
Federico alzò gli occhi al cielo.
Dio! Non un altro incontro combinato!
Eugenio non faceva che piazzarlo con ragazze che non lo interessavano minimamente, mentre cercava di abbordare le loro amiche. Perché non poteva fare come tutti e filarsele per conto suo?
Perché doveva sempre coinvolgerlo in quell’eterno giochetto “porta un’amica per il mio amico...”?
Non era così sfigato da non potersele trovare da solo!
- Suona imperdibile... – disse ironico.
Eugenio non si diede per vinto.
- E anche l’amica non scherza! – aggiunse, cercando di allettarlo – Ha due occhi...
- ...e un naso e una bocca! – lo interruppe Federico – Anche l’ultima volta hai detto così, molto convenientemente omettendo di dire che la tipa in questione era alta un metro e cinquanta e larga altrettanto – osservò poi, in tono sarcastico e nient’affatto convinto.
- Stavolta ti assicuro che è carina – insistette Eugenio – E dai! Che ti costa venire a vedere? Le devi solo parlare...
Federico sospirò. Non c’era modo di uscirne, si disse. Quando Eugenio si metteva in testa una cosa... Era dai tempi del liceo che riusciva a rigirarlo come gli pareva.
Tanto lo sapeva che alla fine lui avrebbe fatto quello che gli veniva chiesto.
Si mise affannosamente a pensare a qualche scusa convincente per squagliarsela, mentre si avvicinavano ad un tavolo d’angolo...
La vide ancora prima di essere arrivato, seduta là, col gomito sul tavolo e il mento sulla mano, mentre chiacchierava con la sua amica e sorrideva. Eugenio aveva ragione: era carina. Era più che carina!
Si ritrovò a fissare ipnotizzato i caldi occhi nocciola, un po’ a mandorla, della ragazza e quelle labbra rosa che parevano essere fatte apposta per baciare... Si augurò immediatamente che non fosse lei quella che interessava ad Eugenio, che quella fosse “l’altra”, “l’amica” per lui.
Gli bastò dare un’occhiata alla ragazza minuta che sedeva accanto a lei per rendersi conto che era così.
Aveva certamente un viso dolce, ma era troppo magra per i suoi gusti, e comunque aveva il collo avvolto in una kefya che diceva “compagna” lontano un miglio... Il tipo di Eugenio, insomma.
Miseria!
Stavolta l’altro ci aveva proprio preso!
Si sedette al tavolo col cuore in gola.
- Federico – si presentò, stringendo la mano che la ragazza minuta gli aveva teso.
- Sara – disse lei – E questa è Laura.
Federico deglutì mentre quest’ultima gli dava la mano.
Erano rimasti per un’ora lì nel bar a parlare, con lui che sciorinava una scempiaggine dopo l’altra – così lungo com’era, e con quel sorriso accattivante di denti appena storti, non gli ci voleva molto a riuscire simpatico e comico! – completamente incapace di pensare a qualcosa di intelligente da dire.
Dio! Non si era mai sentito così svuotato e rincoglionito! Ma lei sembrava averlo trovato piacevole...
Per lo meno aveva riso di tutte le boiate che gli erano uscite di bocca!
- Stasera andiamo all’Entropía con alcuni amici – disse Eugenio alla fine – Perché non venite con noi?
Laura e Sara si erano guardate con un risolino. Sembravano rincoglionite pure loro, osservò Federico, e chissà perché quel pensiero lo fece sentire bene.
- Ok – accettò Sara per entrambe, arrossendo appena, mentre fissava i suoi occhi scuri in quelli di Eugenio, e scribacchiò i loro indirizzi su un foglietto di carta, così che loro potessero andare a prenderle più tardi.
Le ore che lo separavano dall’appuntamento erano parse a Federico interminabili e lente, mentre aspettava il momento di rivederla, cercando invano di concentrarsi sui libri.
Alla fine Eugenio era passato a prenderlo con la sua Ritmo celeste ed erano ripartiti insieme alla volta delle abitazioni delle ragazze.
Con loro, sulla FIAT Uno del loro amico Giorgio, c’erano anche Carla e altri tre ex-compagni di liceo.
Si vedevano con loro ogni benedetto fine settimana e l’arrivo delle due amiche aveva reso la serata diversa e più eccitante, almeno per lui.
Quando avevano riaccompagnato Laura a casa alla fine della serata, trascorsa alla ludoteca a bere tequila e a giocare a Cluedo (“Tutto, ma non di nuovo Trivial Pursuit!” aveva supplicato Carla in tono drammatico), Federico si era reso conto di essersi perdutamente, irrimediabilmente innamorato.
E aveva continuato a sentirsi così, una babele di farfalle nello stomaco e coronarie impazzite, per un paio di settimane, prima di riuscire finalmente a racimolare il coraggio di invitarla ad uscire sola con lui.
Eugenio stava già da qualche giorno con Sara e ciò gli aveva in un certo senso facilitato le cose, adesso che Laura era rimasta tagliata fuori dalle serate dell’amica.
Insperatamente Laura aveva accettato.
Lui aveva preso in prestito l’auto di suo padre e, nell’ansia di fare tardi, si era presentato a casa della ragazza troppo presto, rimanendo ad ammazzare il tempo seduto in macchina per un quarto d’ora, prima di suonare al citofono.
Lei era uscita dal portone, bella e fresca come sempre, e lui non aveva fatto altro che desiderare di stringerla fra le sue braccia per tutta la sera, con gli occhi fissi sulle sue labbra, mentre lei parlava e rideva di nuovo alle sue battute cretine...
E finalmente, sul portone della casa di lei, l’aveva stretta a sé e baciata.
Era successo così semplicemente, così naturalmente che pareva troppo bello per essere vero.
Del resto come avrebbe potuto essere diversamente? Eugenio e Sara, lui e Laura...
Trascorrevano insieme tutte le ore all’università, studiando l’uno accanto all’altra in biblioteca; passavano serate e week-end da soli e con gli amici...
Per cinque mesi l’aveva avuta e aveva vissuto beato, come in un sogno, convinto che niente sarebbe cambiato mai, che lei l’avrebbe amato come il primo giorno, come gli giurava dopo ogni volta che avevano fatto l’amore...
Sembrava tutto accaduto appena ieri!
Ma non era accaduto ieri.
Era accaduto un milione di anni fa...
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