RACCONTI

FAME DI CARRUBE e altri racconti
Il ricordo dell'adolescenza è spesso un viaggio nostalgico tra memorie sfumate e tinte di tenerezza, di spensieratezza e allegria.
Ma quando ci si sofferma a ripensare a quei giorni con maggiore attenzione, la prima giovinezza torna a galla con tutti i suoi drammi e le sue difficoltà, come un'età di emozioni estreme, dove si passa dall'estasi alla tristezza più nera nello spazio di un'ora, dove alla necessità di appartenza "al gruppo", si alternano il desiderio di imporre la propria individualità e la continua ricerca di se stessi.
I racconti di questa raccolta seguono appunto questo filo conduttore: l'adolescenza come età di contrasti e drammi interiori.
I protagonisti di queste storie, pur scontrandosi con realtà drammatiche – la droga, la malattia, la morte, la depressione – sono comunque giovani che vivono nella quotidianità di tanti coetanei: famiglie e genitori percepiti come "distanti", la scuola, le amicizie, la musica, i primi amori. L'universalità dei loro sentimenti, le emozioni e le paure vissute durante il passaggio da una giovinezza confusa ad un'età adulta più consapevole, danno agli eventi che travolgono le loro giovani vite, contorni ordinari, comuni agli adolescenti di ieri e di oggi.

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La nebbia si tagliava col coltello e rendeva l’aria scura della sera spettrale e anche più fredda.
Corrado si avvolse la sciarpa attorno al collo, strinse i libri al petto e si avviò verso casa.
Camminava con un’andatura zoppicante e di tanto in tanto si aggiustava gli occhiali di tartaruga sul naso aquilino.
La sua figura sottile era appena visibile nella nebbia e questo lo fece sentire protetto.
Detestava venire notato.
Detestava il suo viso affilato, gli occhi da topo, rimpiccioliti dalle lenti spesse; detestava il suo naso dritto e prominente e le folte sopracciglia scure che gli davano un aspetto tanto severo, più maturo dei suoi ventidue anni.
Ma più di tutto detestava il suo corpo troppo magro, le spalle strette, ricurve in avanti e le braccia esili.
Era brutto.
Brutto, rachitico e storpio.
Era nato così, con quella gamba storta e un po’ più corta che lo costringeva a portare una grossa scarpa ortopedica, che sempre l’aveva reso diverso, lo zimbello dei compagni di scuola e delle ragazze.
Brutto! Brutto!
Ma adesso c’era la nebbia ad avvolgerlo, a nasconderlo agli occhi del mondo e Corrado camminava lentamente, per potervi restare immerso il più a lungo possibile e non dover rientrare subito a casa, a riflettersi nello specchio dell’ascensore, in quello grande davanti alla porta d’ingresso, per poi sedersi a cenare accanto a Sandro.
Sandro!
Potevano due fratelli nascere tanto diversi?
Pareva uno scherzo.
Lo scherzo crudele di una Natura maligna.
“Creiamo un mostriciattolo zoppo” doveva essersi detta, ridendo “e poi mettiamogli accanto un fratello aitante che metta ancora più in risalto la sua deformità”.
E Sandro era bello: alto, con spalle larghe e gambe dritte e perfette.
Era tutto perfetto, dai soffici capelli biondi che gli ricadevano sulla fronte, ai grandi occhi azzurri che illuminavano i lineamenti ben disegnati del volto; dalle braccia robuste, al corpo muscoloso e agile.
La Natura doveva aver riso e gioito del suo scherzo, finché qualcosa era andato storto, qualcosa che non aveva previsto; ora Corrado sorrise fra sé.
Era giunto sotto casa e aveva immediatamente notato la moto, parcheggiata davanti al portone. Suo zio era in visita da loro, si era detto, e quello poteva dire solo una cosa: Sandro ne aveva combinata un’altra delle sue.
Corrado gongolò.
Bene! Benone!
Stai ancora ridendo, Natura?
Non te l’aspettavi, eh?
Nessuno se l’aspettava, tanto meno il Colonnello.
Il figlio brutto e scemo, che passava ore sudando sui libri, per il quale tutto era sempre stato una faticosa conquista, proprio lo storpio deficiente su cui nessuno avrebbe scommesso mai, adesso era al terzo anno di Legge, con una media invidiabile.
E il figlio bello e intelligente, l’orgoglio di ogni padre, con il brillante avvenire e l’Accademia Militare aperti davanti a lui, si era rivelato un perdi tempo, un buono a niente che suonava il sax e collezionava bocciature.
Prendi e incassa, Natura!
Preparandosi a quella che, almeno per lui, si prospettava una piacevole serata, Corrado entrò nell’ascensore e salì fino al terzo piano, al suo appartamento.
La porta d’ingresso, sulla quale spiccava la grossa targa dorata con la scritta “Fontana”, era chiusa, ma non impediva alla voce agitata del Colonnello di risuonare sul pianerottolo.
Corrado entrò in casa.
- Buonasera – salutò dall’anticamera.
Il Colonnello lo fissò accigliato, non appena il figlio apparve sulla soglia della sala da pranzo.
- Tu dove diavolo sei stato? – lo apostrofò.
- In biblioteca – rispose il giovane – a studiare.
- Che ha che non va camera tua? – lo rimbrottò il Colonnello – Non ci potete proprio restare in questa casa, tu e tuo fratello?
- Mi servivano dei libri – si giustificò Corrado, con una stretta di spalle.
Suo padre borbottò fra sé e distolse lo sguardo.
Corrado si morse le labbra.
“Non guardarmi, papà” pensò amaro “Gira gli occhi da questa delusione, questo scherzo di figlio, riformato alla visita di leva. No, non sarò mai quello che volevi, ma neanche l’altro, a dispetto dei suoi muscoli. Che te ne pare?”.
- Mi cambio – disse infine, piatto, e lasciò la stanza.
Non sarebbe mai stato come suo padre, si ripeté, non sarebbe mai stato il suo orgoglio, malgrado ci avesse provato, l’avesse desiderato con tutte le sue forze.
Aveva anche creduto di esserci riuscito, un paio di anni addietro, dopo i primi esami universitari.
Il Colonnello era un uomo sbrigativo, poco incline alle manifestazioni di affetto e il “ben fatto, ragazzo”, con cui l’aveva lodato, aveva riempito Corrado di calore.
“Vedi, papà? Ce la farò anch’io, quello sbagliato, a darti soddisfazione”.
Quella stessa sera, Sandro aveva portato a casa i suoi risultati disastrosi e Corrado era rimasto ad origliare la discussione che ne era seguita, quel “ben fatto, ragazzo” ancora acceso dentro di lui, provando un piacere perverso nell’ascoltare la voce alterata del Colonnello che se la prendeva con il figlio minore.
Finché erano arrivate le parole che mai avrebbe scordato, che avevano spento il calore della lode, distrutto la certezza che sarebbe riuscito a conquistarsi un posto nella considerazione di suo padre.
- Mi rifiuto di accettare risultati simili da te! – aveva gridato il Colonnello a Sandro – Non da un ragazzo con la tua intelligenza! È solo l’impegno che ti manca e te ne basterebbe così poco...Maledizione! Perfino tuo fratello sta combinando qualcosa all’università! Se ci riesce lui, perché non ce la devi fare tu!
Corrado aveva ingoiato le lacrime e si era allontanato dalla porta, dietro la quale era rimasto ad ascoltare, con quelle parole che ancora gli bruciavano come frustate.
“Perfino lui...”
Perfino lo stupido di famiglia...
Ecco cos’era agli occhi di suo padre: un povero idiota sciancato.
Lo sarebbe stato sempre, non importava quanto lui si sforzasse per farlo ricredere.
Aveva smesso quel giorno di provarci. Tutto l’impegno, il lavoro e la fatica li aveva dedicati solo a se stesso.
Avrebbe fatto della sua vita un successo, alla faccia della Natura, di suo padre, di suo fratello, di tutti i corpi belli e perfetti di questo mondo!
Al diavolo!
Al diavolo tutti!
No, non sarebbe mai stato come suo padre e neanche lo voleva più.
Se non altro, gli restava la consolazione di non essere neppure come sua madre.
Sandro le somigliava, invece.
Da lei erano venuti i capelli biondi, gli occhi azzurri e la bellezza, ma anche la fragilità e l’insofferenza.
È lì che hai sbagliato, Natura! La tua creatura perfetta si porta dietro il filo di pazzia che lei gli ha passato e che alla fine farà la sua rovina.
Lo sapeva anche il Colonnello.
- Finirà come sua madre – l’aveva sentito sospirare una volta, durante una delle sue conversazioni con Maurizio.
- Non esagerare, ora – aveva ribattuto questi – Sarà forse un ragazzo difficile, ma nient’altro. Noemi era malata, lo sai...
- Era pazza, vuoi dire!
- Era nevrotica, depressa...
- Era pazza! E pazzo sta venendo su anche lui!
Sì, suo padre lo sapeva.
Corrado sorrise maligno fra sé.
Forse lui era brutto e storpio e anche stupido...
Ma non era pazzo.
Sentì crescere dentro di sé l’aspettativa per quella sera.
Godeva nel vedere Sandro sotto il torchio paterno; gli dava la stessa soddisfazione che gli avrebbe dato ricevere la stima del Colonnello.
Si sarebbe accontentato di quella.
Si chiuse in camera sua e si cambiò velocemente, augurandosi che Sandro rientrasse presto a dare inizio allo spettacolo.