inter fc

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la storja

Nata di marzo. Femmina, diversa, unica. Nata da un atto di rivolta, una ribellione calcistica che si ritroverà lungo tutta la sua storia quasi centennale. Nata in un ristorante, nel centro di Milano, un locale che allora - era il 1908 - radunava gli intellettuali della città. Era la sera del 9 marzo.

La sera del 9 marzo 1908, un gruppo di dissidenti del Milan Cricket and Football Club decide di fondare una nuova società. Alla base della scelta l'insoddisfazione e la voglia di lavorare con criteri diversi, meno rigidi. È così che inizia la storia dell'Inter o, per essere precisi, del Football Club Internazionale di Milano. I soci fondatori sono il pittore Giorgio Muggiani, Boschard, Lana, Bertolini, De Olma, Enrico, Carlo e Arturo Hinterman, Pietro Dell'Oro, Ugo e Hans Rietman, Voelkel, Maner, Wipf e Carlo Ardussi. E' la preistoria del calcio, c'è incertezza su molti particolari, la stessa grafia dei nomi Maner e Rietman è dubbia. Certa, invece, la nomina del primo presidente, Giovanni Paramithiotti, veneziano di nascita, mentre il pittore Muggiani assume la carica di segretario e inventa lo stemma: le sigle "FCIM" intrecciate in campo oro, chiuso da due cerchi, uno nero e uno azzurro, i colori della notte e del cielo.

Nel 1909 Ettore Strass subentra a Paramithiotti. Poi la presidenza passa a Carlo De Medici e, nel 1910, arriva il primo scudetto, strappato alla Pro Vercelli dopo un velenoso spareggio. La formazione: Campelli; Fronte, Zoller; Yenni, Fossati, Stebler; Capra, Peyer, Peterly, Aebi, Schuler. Allenatore Virgilio Fossati. Nomi di eroi in bianco e nero, con indumenti sportivi molto vicini a quelli civili dell'epoca, protagonisti su campi spelacchiati, in stadi difficili da immaginare oggi. I giornali dell'epoca concedevano poco spazio al calcio. Gli ha reso onore la storia più della cronaca.

Nel 1912 prende la presidenza Emilio Hirzel per un periodo di normale amministrazione. Nel 1914 il comando passa prima a Luigi Ansbacher e poi a Giuseppe Visconti di Modrone, che resta in carica per cinque anni, coprendo il tempo caotico della Grande Guerra. Passato il periodo difficilissimo dei bombardamenti, degli atleti morti sul fronte per rispondere alla chiamata della Patria, l'Inter riesce a recuperare la grinta, la voglia di sognare e di far sognare. I tifosi aumentano, il nerazzurro diventa una bandiera, la Milano dei "bauscia" comincia a differenziarsi da quella dei "cacciaviti" rossoneri. Nel primo torneo di Campionato organizzato nel dopoguerra l'Inter vince il secondo scudetto, dopo aver battuto il Livorno per 3-2. È il 20 giugno 1920 e sono trascorsi dieci anni dal primo trionfo. La formazione: Campelli: Francesconi, Beltrami; Milesi, Fossati II, Scheidler; Conti, Aebi, Agradi, Cevenini III, Asti. Allenatore Nino Resegotti.

Dopo Giorgio Hulss e Francesco Mauro, nel 1923 sale alla presidenza Enrico Olivetti. Durante il successivo periodo fascista, non piace l'apertura "internazionale" che deriva dal nome della squadra. E così, nell'estate del 1928, viene annunciato l'accordo di fusione con un'altra società della città, l'Unione Sportiva Milanese. Il nome cambia in Società Sportiva Ambrosiana (da Sant'Ambrogio, patrono di Milano dopo esserne stato Vescovo). Inizialmente cambia persino la maglia (bianca, segnata dal Fascio Littorio e dallo stemma di Milano), ma tornerà presto nerazzurra. E anche il nome Inter, nel 1932, sarà abbinato a quello di Ambrosiana, che intanto nella stagione '29-'30, allenata dall'ungherese Arpàd Veisz, vince il primo campionato a girone unico (la formazione: Degani; Gianfardoni, Allemandi; Rivolta, Viani, Castellazzi; Visentin, Serantoni, Meazza, Blasevich, Conti).

L'abbinamento Ambrosiana-Inter dura 13 anni, con quattro presidenti (Turrusio, Simonotti, Pozzani e Masseroni), lo scudetto '37-'38 (la formazione: Peruchetti; Buonocore, Setti; Locatelli, Olmi, Antona; Frossi, Ferrara, Meazza, Ferrari, Ferraris II; allenatore Armando Castellazzi) e quello '39-40 (la formazione: Peruchetti; Poli, Setti; Locatelli, Olmi, Campatelli; Frossi, Demaria, Guarneri, Candiani, Ferraris II; allenatore Tony Cargnelli), la prima Coppa Italia ('38-'39). Sono tutte queste l'Inter di Giuseppe Meazza, detto "Il Balilla", il primo grande personaggio della storia del calcio, l'uomo che fa innamorare i tifosi e le donne, che gira per Milano a bordo delle autovetture da ricchi, che ancora oggi viene considerato il più grande di tutti e di tutti i tempi. L'Inter è bizzarra, a volte fragile, a volte straordinaria, si oppone allo strapotere dei 5 scudetti consecutivi della Juventus, si identifica completamente in Meazza, campione nel senso più moderno del termine, costruttore e finalizzatore del gioco. Primo gol in maglia nerazzurra a 17 anni, un mese e 4 giorni, il 27 settembre 1927 sul campo di via Goldoni contro la Dominante Genova superata per 6-1. Ultimo gol, il numero 247, il 13 aprile 1947 in Inter-Triestina. In mezzo la storia di un ragazzo milanese, nato il 1910 a Porta Vittoria, diventato leggenda: 433 gare in serie A, un totale di 278 reti (inferiore solo al primato da 290 di Silvio Piola), interista sempre pentito di aver indossato, per ragioni economiche, le divise di Milan, Juventus, Verona e Atalanta. Tre volte capocannoniere del campionato, 53 presenze in Nazionale e 33 gol, campione del mondo nel '34 e nel 1938.

Come in tutte le leggende, il finale è particolare. Meazza, nel campionato '39-'40, concluso con la vittoria del titolo in volata sul Bologna, fa parte della rosa dei calciatori a disposizione di Tony Cargnelli, però non gioca neppure una partita, bloccato dal cosiddetto "piede gelato", la vasocostrizione di un'arteria non permette il regolare afflusso del sangue. Uomo di mondo, dopo 13 stagioni consecutive nell'Inter e le parentesi nelle squadre che neppure voleva ricordare (si giustificava: "erano anni difficili, i tempi della guerra... "), Meazza torna all'Inter da giocatore-allenatore a trentasei anni suonati, per poi continuare la carriera solo da tecnico, lavorando anche e ancora per la causa nerazzurra, ma concedendosi esperienze in Turchia (al Besiktas) e in Nazionale. E' morto nel 1979 e ora riposa, insieme con i grandi che hanno scritto la storia di Milano, al Famedio del cimitero Monumentale. Nel marzo 1980 gli è stato intitolato lo stadio di San Siro, costruito tra il 1° agosto 1925 e il 15 settembre 1926, quindi ampliato e rivisto sino ai giorni nostri.

Otto giorni dopo la celebrazione del 5° scudetto interista, il primo senza Meazza, l'Italia entra in guerra. Il calcio, tra dolori e rovine, prova a sopravvivere, ma non riesce comunque a far sognare la gente. Nel 1942, nel pieno del secondo conflitto mondiale, presidente della società nerazzurra viene nominato Carlo Masseroni. Resterà al comando della Società per 13 anni. E' lui ad annunciare, sabato 27 ottobre 1945, che "l'Ambrosiana torna a chiamarsi solo Internazionale". I tifosi festeggiano, la gente rivede la luce dopo il buio del regime e della seconda guerra, nasce il Grande Torino di Valentino Mazzola che diventerà leggenda dopo la tragedia aerea di Superga. L'Inter di Masseroni alterna campioni e "bidoni", comincia però a costruire la squadra che vincerà due scudetti consecutivi.

In questo periodo i personaggi di spicco sono Benito "Veleno" Lorenzi, il grande nemico del Milan, attaccante toscano bravo con i piedi e con le parole, sempre pungente e trainante; e poi l'apolide Stefano Nyers (francese di genitori ungheresi), il biondissimo svedese Lennart Skoglund bruciato da una vita maledetta e dall'alcol, l'olandese volante Faas Servaas Wilkes. Un attacco formidabile, un gruppo che certifica il dna particolare dell'Inter, bella e stranamore, squadra gioie e dolori. In porta un altro personaggio da prima pagina, Giorgio "Kamikaze" Ghezzi. A mettere ordine tattico a un gruppo bello e impossibile ci pensa un tecnico poco amato dalla critica, ma vincente nei fatti: Alfredo Foni. Portano la sua firma due scudetti consecutivi. Il primo (campionato '52-'53) conquistato con questa formazione titolare: Ghezzi; Blason, Giacomazzi; Neri, Giovannini, Nesti; Armano, Mazza, Lorenzi, Skoglund, Nyers. Nasce con quest'Inter il cosiddetto "catenaccio", l'arte di sapersi difendere. Foni, per smentire le critiche, l'anno dopo concede più corda alla squadra, che offre un gioco più spettacolare (memorabile il 6-0 rifilato alla Juventus) ed è ancora scudetto ('53-'54). Questa la formazione titolare: Ghezzi; Vincenzi, Giacomazzi; Neri, Giovannini, Nesti; Armano, Mazza, Lorenzi, Skoglund, Nyers.

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