GAZMEND KRASNIQI
Non mi è più capitato di passare da Parigi, e più precisamente da quel piccolo ponte (di cui non ho mai saputo il nome), che collega una parte della città con l’isola dove si innalza il gotico imponente di Notre-Dame, il ponte sotto il quale si stende la piazza dei pittori ritrattisti, si stendeva perlomeno poiché diversamente dai pittori di Sacre Coeur, costoro non avevano la licenza. Ma anche se dovessi un giorno trovarmi da quelle parti non avrei la speranza di incontrare di nuovo Henry (fosse anche per sapere il suo vero nome, dato che il nome che userò in questa storia è quello col quale lui mi si presentò).
Henry, nato e cresciuto in qualche parte della montagna Tomor (paese arretrato, dal momento che, come lui diceva, non aveva neanche uno strumento musicale), quel giorno in cui lo conobbi, si trovava su quel ponte e mi avvistò da lontano, prima ancora che mettessi piede nella piazza gremita di visitatori, che per attraversarla dovevi trovarti una crepa tra la folla, nella quale infilarti.
Il fatto che mi aveva individuato tra la folla dalla stampa sulla maglietta (l’aquila della nostra bandiera, grande circa 5 centimentri) mi spinse di complimentarmi con lui con un sorriso appena accennato, poiché, sentendomi confuso dal mio primo incontro con il mondo della famosa capitale, non desideravo dilungarmi su questo argomento, ma ciò non mi fu possibile. Henry scelse una macchina rossa, che stava lontano, dove mi intravide per la prima volta e mi disse di essere capace di leggere la sua targa, senza tener conto del fastidio che suscitava in me la sua esuberanza.
Era vero, era la targa che affermava, ma il sudore, la folla dei turisti e il sole di giugno mi impedirono di perdonargli lo scherzo, poiché pensai subito che si trattasse di uno scherzo e che quella targa la conoscesse già da prima.
Henry non si scompose neanche un po’, perché era abituato allo scetticismo delle persone dinanzi a simili casi e si mostrò pronto a continuare il gioco. Indovinò altre due targhe di macchine scelte da me e quel punto mi convinsi che tutto ciò superava i limiti dell’esperienza umana.
Quando poi arrivammo ad un angolo dal quale si vedeva la Torre Eiffel e mi descrisse per filo e per segno quel che accadeva nei piani fino ai dettagli più minuziosi, non ebbi alcun dubbio e mi adattai alla sua realtà.
Successivamente seppi che per lui non era niente raccontarmi cosa succede negli uffici della prefettura, all’Hotel de Ville, nelle camere di Shakespeare & co, la biblioteca-libreria dove James Joyce, circa un secolo fa, perdeva progressivamente la vista, quasi un’ espediente per cercare nei meandri della memoria gli angoli più nascosti della città natale, che come si dice può essere rappresentata sulle mappe attingendo esclusivamente dal suo libro.
Henry,che non aveva mai sentito nominare Joyce, senza alcun dubbio, avrebbe compilato più velocemente rispetto a qualsiasi altro scrittore, la mappa di quella città, la cui fama era maggiormente dovuta proprio a quei letterati; ma non era il caso poiché Henry non aveva mai toccato un libro.
Il fatto che nel suo paese natale, un tempo, mise piede Edward Lear lo venne a sapere da altri.
Ciò non era dovuto ad una ragione banale come, per esempio, pigrizia o altro che puoi riscontrare in un gran numero di persone ma ad una causa che senza paura possiamo chiamare superiore: la forza penetrante del suo sguardo che faceva confondere le lettere della prima pagina con tutte quelle delle pagine successive e, qualche volta, indipendentemente dal volume del libro, con quelle dell’ultima pagina.
Una volta a scuola lesse un brano su Scandeberg e commentò qualcosa che ricordava più R.Crusoe e l’insegnante di storia lo punì colpendolo sulla testa con un righello spesso per tre volte. Da allora rifiutava di farsi interrogare sicuro che avrebbe solo accumulato punizioni e, visto che, non riuscimmo a capirlo rimase in disparte isolato,escluso ed ignorato; cosa che in un certo senso gli faceva comodo, perché in quel modo riuscì a terminare le medie ripetendo solo due anni.
Ciononostante non se ne sarà mai dimenticato dello scandalo che provocò il suo sbaglio nel riportare la data della fondazione del Partito Comunista Albanese facendola risalire all’anno 118 d.C,cosa che fece scaturire una lunga fila di riunioni (banale abitudine di quei tempi, finché lo giudicarono un bambino con ritardo mentale e si limitarono di abbassargli il voto alla condotta per quell’ anno.
Bisogna far notare che questi discorsi, non glieli tiravi fuori come e quando volevi, per di più, ti poteva confondere per come ordinava ed estrapolava ciò che gli garbava raccontare o omettere ciò che non voleva che venisse fuori.
Per quanto riguarda il difetto del suo avambraccio sinistro, lui sosteneva che lo aveva dalla nascita, ma qualcuno che lo conosceva, sin dai tempi trascorsi in Italia, sosteneva qualcosa di più credibile: Henry che non si curava proprio degli scaffali dei libri non era altrettanto indifferente a quelli della sopravvivenza…alimentare (Si menzionò qualcosa come tende da camping). Però, che avesse trascorso un breve tempo in carcere, non gli uscì mai dalla bocca. Per convincermi che la ragione dello stomaco è più forte di quella della lettura argomentò: (indicando col dito)che quel libro con la copia idilliaca sulla copertina (Poesies, Alfred De Museet, edizione libreria Gründ,1939) che si trovava duecento metri lontano da noi, nella vetrina di una libreria che vendeva libri usati in via Quai de la Tournelle,aveva la metà delle pagine ancora non tagliate (questo libro lo conservo ancora oggi nello stesso stato).Come si può immaginare non poteva essere preciso nell’indovinare il numero delle pagine oppure elencare i titoli delle poesie non lette.
Il fatto che, nonostante fosse del tutto dilettante, si trovasse gente a comprare i suoi disegni strani, credo che si possa attribuire alla luce mistica che li caratterizzava, captata da poche persone, ed era per questo che Henry avesse un atteggiamento un po’ canzonatorio nei confronti degli ammiratori della pittura accademica. Raccontava di frequentare la Scuola delle Belle Arti (non ho mai avuto conferma di ciò) per questo di tanto in tanto, si sforzava di buttare qualche termine che dimostrasse la sua dimestichezza con la pittura.
Il cubismo (con le sue figure scomposte) gli sembrava un gioco da bambini e Picasso uno degli speculatori più grandi che avesse mai conosciuto il mondo. Il museo di Picasso, lì a Parigi, rimaneva però il suo preferito. Comunque sia, non ho riscontrato sino ad oggi segni di quella teoria, secondo la quale la pittura di Picasso doveva sconvolgere il mondo della pittura moderna e addirittura quello della pittura in generale.
Se non sbaglio Henry si ispirava all’arte enigmatica egiziana, che poteva ammirare al museo del Louvre.
Egitto, questo antico luogo aveva il primo posto nel suo tacquino poiché la sua concezione delle cose per metà divine trovava luogo solo nell’arte egizia. Se c’era una cosa sulla quale conveniva con Ricasso, era l’interesse per le maschere delle tribù africane e dell’Oceania (secondo posto nel suo tacquino).
La persona, che cercò di spiegarmi la teoria henriana su queste maschere, nonostante io avessi prestato tutta la mia attenzione, si mostrò confusa, non avendo la dovuta preparazione. Mentre io procedendo ad intuito potrei asserire che una persona con le capacità di Henry scrutava il ritratto umano oltre i muscoli, le vene e le ossa, oltre ogni pura costruzione anatomica, dunque come le maschere di legno delle tribù. Non avendo, però, dati più precisi, non insisto nel convincere alcuno su ciò che sostengo.
Comunque sia per me la parte più difficile del racconto è questa: l’implicazione (sono costretto ad usare questo termine poliziesco) di Henry nella questione più clamorosa e più curiosa del mondo moderno.
Un giorno seppi che Henry non andava al Louvre solo per l’arte egiziana ma anche per le pitture di Leonardo Da Vinci.
Tempo fa qui, nella sala grande della pittura italiana, aveva incontrato un americano, relativamente giovane, che lo aveva intrigato particolarmente.
Questo americano in quel periodo stava scrivendo un libro nel quale sosteneva che Leonardo Da Vinci aveva avuto contatti con la cosiddetta setta segreta di Sion, i cui membri pretendevano di essere discendenti di Gesù con Maria Maddalena e sostenevano di possedere la famosa coppa di Graal dove Cristo bevve per l’ultima volta e dove successivamente fu raccolto il suo sangue.
Sono convinto che Henry giudicò quell’americano del tutto incapace di raccontar un fatto così intrigante, per questo quando seppi che Henry non si vedeva più in giro e che era partito per le alpi dell’Europa sono stato forse l’unico a sapere lo scopo di quel viaggio, perché avevo letto che da quelle parti si trovava il rifugio della setta misteriosa.
A quanto pare, di questo che ho detto riguardo Henry, cioè la verità, potremmo avere conferma solo se un giorno inaspettatamente accanto al nome di Leonardo Da Vinci, Victor Hugo e Jean Cocteau, membri della setta segreta, figurasse anche il nome di Henry.
Quanto allo scrittore americano, probabilmente si tratta dell’autore di un bestseller planetario, tradotto anche in albanese.
Ma in questo libro non si menziona nessun ragazzo albanese e nessuno mi ha riportato una cosa del genere, nonostante io mi fossi interessato assai di questo fatto.
L’unica informazione degna di interesse che io appresi nel frattempo riguardo Henry è che lui, nonostante qualcuno gli avesse parlato dell’esistenza di occhiali ‘da vicino’ che avrebbero corretto il suo difetto-qualità,egli li rifiutò categoricamente senza la minima esitazione.
Due giorni dopo quel rifiuto Henry non si vide più a Parigi.
Ritengo che io sia tra i quei pochi che hanno un’idea su cosa volesse dire quel rifiuto, ma mi astengo di esprimermi qui, poiché sono dell’opinione che ognuno ne abbia il diritto.
Sin dall’inizio di questo racconto mi sono prefissato che mi sarei astenuto da ogni genere di giudizio e mi sembra di esserci riuscito. Dunque per quanto ne so, Henry portò quel segreto con sé. Sicuramente la scomparsa di un immigrato senza documenti regolari a Parigi non fa caso, di conseguenza non si pensò neanche di rivolgersi alla polizia. Henry scomparve come se l’avesse inghiottito un buco nero.
Dopo un po’ di tempo, mentre stavo in Albania, stavo sfogliando la raccolta del giornale “il Sole di Tomor”, ma non trovai traccia di Henry e nemmeno nel “vocabolario enciclopedico Baccus”o nel dizionario storico albanese di Robert Elsie. Tempo fa feci un viaggio nel sud del paese e la vista maestosa di Tomor mi paralizzò per un bel po’ di tempo; mi sembrò di vedere Henry saltare da una vetta all’altra come Baba Aliu e contemplare il mondo con uno sguardo scettico ed un po’ beffardo, stanco e sfinito dalla moltitudine delle vedute; uno scherzo degli dei?! Perché non sapeva se considerarlo un dono o una condanna (dopo che ha visto il ‘Colosseo’,la ‘Torre Eiffel’,le Alpi,le ‘Piramidi d’Egitto’) il fatto di considerare lontano dalla vita come l’aquila e da cose come queste e macinare e rimacinare ciò che agli altri non passava nemmeno per la testa.
Molto probabilmente finché non verrà alla luce niente di nuovo riguardo alla setta segreta di Sion, il motivo di quel rifiuto di Henry rimarrà un’ enigma per gli studiosi di psicologia e delle idee contemporanee.
Comunque il racconto finisce qui dove doveva prendere inizio la ricerca di prove (il loro terribile delirio), che una persona come me non le può conoscere visto che le diverse testimonianze orali non può usarle come tali per quanto credibili possano essere le persone che le riportano.
Forse in futuro avremmo a che fare con qualcosa da poter chiamare ‘saggio’ o ‘ricerca’.
Traduzione di Margherita Franja