Spartaco
Si racconta che nacque da una famiglia di pastori; intraprese la professione dei padri, ma ridotto in miseria accettò di entrare nell'esercito romano, con cui combatté in Macedonia col grado di milite ausiliario. La dura disciplina cui era obbligato e i numerosi episodi di razzismo che dovette subire all'interno della milizia lo convinsero a disertare e a scappare.
Catturato, fu bollato come un traditore e condannato prima alla schiavitù e in seguito, intorno al 75 a.C., fu destinato a fare il gladiatore. Infatti Spartaco venne venduto a Lentulo Battiato, un organizzatore di spettacoli residente a Capua. Spartaco fu obbligato a combattere contro belve feroci e contro altri gladiatori com'era in uso a quel tempo per divertire popolo e aristocrazia.
Spartaco, resosi conto delle inumani condizioni che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo stato di cose e nel 73 a.C. scappò dall'anfiteatro in cui era confinato. Lo seguirono 200 compagni, di cui però solo una settantina arrivarono fino al Vesuvio, la prima tappa della rivolta spartachista. Il comandante Trace, infatti, si fermò ai piedi del famoso vulcano napoletano ed attaccò le città limitrofe.
Il governo di Roma inviò due pretori, Caio Clodio e Publio Vatinio, a Napoli nel tentativo di reprime la rivolta. Spartaco li sconfisse entrambi in quella che viene denominata "La battaglia del Vesuvio". I successi militari ottenuti da Spartaco fecero aumentare il numero degli schiavi ribelli, che crebbe a tal punto da sconfiggere per altre due volte gli eserciti romani regolari.
Infatti schiavi, braccianti, contadini poveri e pastori dei territori circostanti cominciarono ad aderire alla rivolta. Sicché la linea di blocco posta intorno al Vesuvio fu spezzata e più divisioni romane furono nettamente sconfitte in Campania.
Il successo militare più eclatante ottenuto dai rivoluzionari fu quello conseguito contro il pretore Publio Varinio ed i suoi luogotenenti: Spartaco non si limitò a sconfiggere i soldati, ma riuscì anche a impadronirsi persino dei cavalli e dei simboli littori dell'esercito. Da questa posizione egli riuscì a dominare su tutta la ricca regione campana.
A quel punto, Spartaco decise di estendere la rivolta anche a Sud della Campania, occupando quindi la Calabria e la Lucania (oggi Basilicata): in queste zone altri uomini si aggregarono alla sua comitiva, riuscendo ad armare regolarmente l'esercito nell'inverno 73-72 a.C. Anche un comandante celta, Crixio (detto anche Crisso), aderì alla rivolta spartachista e nel 72 a.C. egli, con 20.000 schiavi, in maggioranza celti e germanici, scese in Apulia (oggi Puglia), ma fu sconfitto dai generali romani Lucio Gellio e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano nella "Battaglia del Gargano". L'esito fu così disastroso che Quinto Avio, il propretore di Gellio, riuscì assolutamente indisturbato ad uccidere Crixio con un pugnale.
Spartaco non si intimorì alla notizia della morte dell'alleato, ed anzi riuscì a battere nuovamente le truppe romane, attestate in due eserciti comandati dai consoli Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano uno di qua e uno di là dell'Appennino. [1] L'esercito comandato dal console G. Clodiano Lentulo sarebbe stato sconfitto (estate del 72 a.C.) nei pressi di una zona dell'Appennino, che in una pubblicazione di Laura Battistini, (attingendo alla descrizione di Sallustio, Fragments de la Grande Histoire, Quatrieme Livre, CCCXXXVII; e a diverse altre fonti storiche accreditate), viene indicata nell'attuale località di Lentula al confine fra le province di Pistoia e di Prato. [2].(*) A quel punto decise di estendere la rivolta, arrivando con circa 150.000 uomini fino a Modena dove riuscì a sconfiggere anche il proconsole Caio Cassio Longino Varo [3] Era quindi praticamente riuscito nel suo intento, cioè quello di attraversare le Alpi e congiungersi con gli schiavi del Nord Europa in modo da formare un esercito più potente. Tuttavia una grande parte degli schiavi vittoriosi (soprattutto i contadini meridionali) volle restare in Italia o al limite marciare contro Roma, approfittando del momento di debolezza dell'esercito romano.
Spartaco inizialmente non aderì a questo progetto, convinto del suo fallimento: egli avrebbe preferito arrivare fino in Gallia, in modo da avere il sostegno della popolazione locale che già da tempo mostrava una certa insofferenza verso la dominazione romana. Decise comunque di accettare la volontà della maggioranza, a patto che essi sarebbero tornati al sud in modo da avere più alleati (gli eserciti romani erano sempre in netta superiorità numerica): quindi guidò le sue truppe verso la Lucania.
Nel dicembre nel 72 a.C., proprio mentre Spartaco tornava in Basilicata, il Senato romano diede a Marco Licinio Crasso l'incarico di reprimere la rivolta. Crasso pretese il comando su otto legioni, in modo tale da avere una schiacciante superiorità in termini numerici. Con tutti questi uomini egli ordinò la creazione di una grande muraglia tesa a non fare arrivare rifornimenti di alcun genere alle truppe di Spartaco.
Spartaco, preso in controtempo da questa decisione, decise allora di sbarcare in Sicilia in modo tale da unirsi a una rivolta di schiavi, indipendente alla sua, che si stava svolgendo in quel momento in Trinacria. Tuttavia, a causa del tradimento di alcuni pirati (che si misero d'accordo con il governatore della Sicilia Verre), fu costretto a rimanere fermo.
Crasso lo attaccò alle spalle, ma egli riuscì inizialmente a sconfiggerlo nella battaglia di Petilia. Tuttavia, a causa della stanchezza dei suoi uomini, Spartaco non poté sfruttare al meglio il suo successo, avvenuto nel gennaio del 71 a.C., permettendo così alle truppe di Gneo Pompeo di unirsi a quelle di Crasso: il nuovo esercito romano, numeroso e armato fino ai denti, costrinse Spartaco prima alla fuga verso Brindisi (dove due suoi ex alleati, Castro e Giaunico, vollero muovere battaglia da soli ai romani, perdendo nettamente) e poi alla ritirata, ancora verso la Lucania.
Nei pressi del fiume Sele si svolse la battaglia finale: 60.000 schiavi, tra i quali Spartaco, morirono (ma il corpo del condottiero non fu mai trovato). I romani persero solo 1.000 uomini e fecero 6.000 prigionieri, che Crasso fece crocifiggere – nudi – lungo la via Appia (che porta da Capua a Roma). Altri reparti dell'esercito ribelle, circa 5.000 uomini, tentarono la fuga verso nord, ma vennero raggiunti e annientati da Pompeo. Terminava così la rivolta di Spartaco.
Spartaco, che secondo alcuni storici testimoni oculari delle sue imprese era alto, bello, intelligente, gentile e carismatico, divenne un personaggio leggendario, un emblema dell'eroe romantico capace di lottare in nome della libertà e di sconfiggere i più forti eserciti del mondo grazie alla passione più che alle armi.
Già la sua ribellione viene citata dal poeta latino Claudiano, quasi 5 secoli dopo i fatti, nel poema:De bello Gothico, accostando la debolezza dei Romani del V secolo alla ingnominiosa sconfitta delle forze romane per opera dello schiavo Spartaco.
La sua figura ispirò romanzi, film, e alcuni uomini politici quali Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht che nel 1919 fondarono la Lega di Spartaco e che vennero definiti appunto "spartachisti".